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Il viaggio che cambiò tutto: Rocco Commisso e la forza del sogno americano

di Andrea Giannattasio

C’è un momento nella vita in cui spesso tutto cambia. Per Rocco Commisso quel momento arrivò nel 1962, all’età di 12 anni, quando lasciò Marina di Gioiosa Ionica, un piccolo paese sulla costa della Calabria, per attraversare l’Atlantico assieme alla madre e alle due sorelle e raggiungere il padre negli Stati Uniti. Quella partenza segnò l’inizio di una delle storie più intense e simboliche del sogno americano: da ragazzino italiano con poche certezze a uno dei magnati più influenti degli USA. Commisso arrivò in Pennsylvania, in una famiglia già spezzata dalle difficoltà: il padre Giuseppe, commerciante e ex prigioniero di guerra in Africa, aveva già cercato fortuna oltreoceano.

Il viaggio in America e la formazione
La famiglia si trasferì poi nel Bronx, New York, dove Commisso alternò lavoro e scuola. Con la sua etica del sacrificio lavorò per oltre 40 ore alla settimana aiutando il fratello in una piccola pizzeria, mentre perseguiva l’istruzione e coltivava la sua passione per il calcio: lo sport che lo avrebbe portato a ottenere una borsa di studio alla Columbia University e, un giorno, a diventare presidente di due squadre di calcio. Alla Columbia, oltre a laurearsi in Ingegneria industriale e poi ottenere un MBA (il Master di Business Administration), Commisso giocò a calcio a livelli di eccellenza, affermandosi come centrocampista leader (ha sempre avuto la maglia numero 5, come quella mostrata da Mandragora dopo il gol di Bologna) e spingendo la squadra a storici traguardi universitari.

Quella passione per il calcio
Da qui, poi, è iniziata la scalata imprenditoriale: anni di lavoro nel settore televisivo via cavo, fino alla fondazione di Mediacom Communications nel 1995, che sarebbe diventata la quinta compagnia di cavi degli Stati Uniti, con trimestri in costante crescita anche durante l'epoca del Covid. La traiettoria che lo portò da un villaggio calabrese a presidente di club storici come i New York Cosmos e, dal 2019, della Fiorentina, racconta quindi molto più di una storia di successo economico. È il ritratto di un uomo che ha saputo intrecciare identità, cultura e lavoro con la ferrea convinzione che l’America potesse diventare davvero la terra delle possibilità. Qualcosa, ora che non c'è più, da lasciare come eredità ai posteri.


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