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Parisi alla sbarra, ma senza crocifissioni: difenderlo oggi per non sbagliare più domani

di Andrea Giannattasio

Nel calcio moderno basta un replay rallentato per trasformare un episodio in un processo pubblico. È quello che sta accadendo da qualche ora a Fabiano Parisi, finito alla gogna mediatica per la simulazione andata in scena sabato, nei minuti finali della sfida contro il Como. Un gesto antisportivo, sì. Un errore, anche. Ma un errore che non ha cambiato il destino della partita: nessuna espulsione, nessun risultato alterato. Eppure il clamore è stato fragoroso, amplificato anche dal fatto che nello stesso turno di campionato scoppiava il ben più grave caso legato ad Bastoni durante Inter-Juventus. In quel contesto infuocato, la scenata dell'ex Empoli nei riguardi di Addai è diventata simbolo e pretesto. Ma trasformare un episodio isolato nel marchio di un giocatore è un esercizio tanto facile quanto ingiusto.

Il professionista silenzioso
Chi conosce Parisi sa che l’immagine del furbo incallito non gli appartiene. Esterno adattato, schierato alto a destra o chiamato a sostituire Gosens, ha sempre risposto presente. Corre, copre, spinge e si sacrifica, sempre. Fa un ruolo non suo e lo interpreta con dignità e applicazione. E quando è stato in panchina non ha mai alzato la voce: nessuna smorfia e nessuna parola fuori posto. Dopo l’episodio contro il Como, peraltro, è arrivata la tiratina d’orecchie della società e lo stesso giocatore ha ammesso l’errore davanti a compagni e dirigenti. Fine. O almeno così dovrebbe essere. Perché da qui a trasformarlo nel nuovo nemico pubblico ce ne passa. Un ragazzo che dà tutto per la maglia e accetta le scelte senza creare fratture merita rispetto, non una sentenza definitiva per una caduta accentuata.

Simulare non è un’arte, ma esiste da sempre
Questo non significa assolvere la simulazione, che peraltro è un male antico del calcio, un vizio che attraversa epoche e generazioni. Persino Diego Armando Maradona, il 22 giugno 1986, nei quarti del Mondiale contro l’Inghilterra, costruì una delle pagine più controverse della storia: la “Mano de Dios” allo stadio Azteca. Un gesto che paralizzò il pianeta e che nello stesso pomeriggio portò forse al gol più bello di sempre. I giocatori proveranno sempre a spingersi oltre il limite, a ingannare l’avversario e talvolta l’arbitro: è ingiusto, ma accade dall’alba dei tempi. Proprio per questo l’episodio del Sinigaglia non va archiviato con leggerezza. Deve servire da lezione, per non ledere l'immagine della Fiorentina e non esporre Parisi al rischio di un’etichetta scomoda, come accaduto in passato a Lulù Oliveira, Cuadrado o Federico Chiesa. Errare è umano, perseverare è diabolico. Difendere un ragazzo perbene è doveroso. Pretendere che non cada più in tentazioni del genere, altrettanto.


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