Tutti aggrappati a Kean: per Moise c'è in ballo una promessa lunga vent'anni
Se volete capire il significato di Bosnia-Italia di stasera rileggete queste parole pronunciate da Moise Kean un anno fa: “Ricordo bene il Mondiale del 2006, avevo 6 anni e il bar in piazzetta era sempre pieno. Vedevo quanto ci teneva la gente e mi dicevo: un giorno voglio vestire la maglia dell’Italia perché voglio che la gente viva queste emozioni per me e per la mia squadra. Ho sempre sognato di indossare la maglia della Nazionale. Speriamo che scenda qualcuno al bar a vedere noi alzare quella Coppa. Sarebbe qualcosa di davvero indescrivibile”. Andateglielo a chiedere a lui quanto conta stasera.
Quanto conta
Perché, spogliando questa gara dagli inevitabili risvolti apocalittici per il nostro movimento da tutte le narrazioni psicotiche fatte in questi giorni (su tutte l'inferno di Zenica, con un impianto che potrà contenere 8mila spettatori, quanto quello di Carrara per capirci, ingigantito da litri di inchiostro) in campo scende anche la storia, con la esse minuscola, di ragazzi vestiti d'azzurro che sentono il pericolo di finire sulla pagina sbagliata della Storia, con la esse maiuscola. Perché c'è una generazione di calciatori, dal '96 al 2001 -sicuramente non una delle più scarse come tanti credono, visto che comprende i vari Donnarumma, Bastoni, Barella, Tonali-, che non ha mai disputato un Mondiale. Tra di loro c'è anche Moise Kean, uno che ha costruito tutto in funzione di un appuntamento fissato per giugno. C'è un Mondiale da disputare, da titolare, nella 'sua' America (lui che non perde occasione per andare a Los Angeles e dintorni quando può), c'è un sogno da realizzare.
Firenze e azzurro
Tutto in funzione di questo, come dicevamo, tutto in funzione di stasera. Anche la decisione presa la scorsa estate, a fine luglio, quando la clausola da 52 milioni non aveva attirato nessuna big d'Europa e in mano c'era solo l'offerta dell'Al Qadsiah; andare in Arabia avrebbe potuto significare allontanarsi un po' dall'azzurro e da quell'appuntamento segnato col destino. E quindi la decisione di rimanere, di continuare a essere grande a Firenze, perché il Viola Park dista solo quattro chilometri da Coverciano. Stasera avrà un peso non da poco sulla sua numero undici, per tutti i significati che Bosnia-Italia si porta dietro. Non che sia per forza un male per uno che tende ad accentrare di natura aspettative e speranze.
La promessa
Il suo primo album da rapper si chiama The Chosen, il prescelto, chissà che non possa esserlo davvero, inteso come colui che spezzerà una maledizione che dura dal 2014. Per tutti gli italiani in campo questa sarà una gara che riscriverà le proprie carriere e i giudizi postumi su di loro; per Moise varrà qualcosa di più, perché c'è da mantenere una promessa vecchia di vent'anni, fatta a quel bambino di sei anni che si fermava al bar del paese e sognava di essere come Luca Toni.