Con Paratici la rivoluzione è completata, da agosto a oggi sono cambiati presidente, ds, allenatore e una parte di giocatori. Finiti gli alibi, per la salvezza va raddoppiata la media: da 0,7 punti a partita a 1,4
Ora è davvero tutto cambiato. Il giorno del raduno la Fiorentina era questa: presidente Rocco Commisso, direttore generale Alessandro Ferrari, direttore sportivo Daniele Pradé, allenatore Stefano Pioli, nel parco giocatori anche Dzeko, Sohm, Richardson, Viti, Pablo Marì e Nicolussi-Caviglia. Da giovedì scorso, la Fiorentina è questa: presidente Joseph Commisso (che non avrebbe mai voluto questa carica per la ragione che purtroppo conosciamo), direttore generale Alessandro Ferrari, direttore sportivo Fabio Paratici, allenatore Paolo Vanoli, nel parco giocatori non ci sono più quei sei sopra citati e al loro posto sono arrivati Fabbian, Brescianini, Solomon, Harrison e Rugani. Cinque mesi per ricominciare tutto da capo, con una sola costante, oltre al direttore generale: la classifica non è mai cambiata. Brutta era e brutta è rimasta.
Nelle mani di Paratici
Sempre su Paratici si sono appuntate le speranze finali. Speranze per uscire dall’incubo, per risalire, per rimettere la squadra in linea di volo. Per riuscirci, o quantomeno per provarci, il nuovo ds deve dare un bel sostegno all’allenatore (e infatti lo ha detto), deve spingere Kean verso il suo vero ritorno e deve ricostruire i rapporti all’interno dello spogliatoio. Su questo punto conviene soffermarsi un attimo, ripartendo dal secondo gol preso dai viola a Napoli. L’azione è semplice: Gutierrez, che tutti conoscono per la qualità del suo mancino, sta ondeggiando con la palla davanti a Gosens sulla parte destra dell’attacco napoletano, finta, controfinta, finta, controfinta, ci mette un po’ prima di trovare il pertugio, Gudmundsson è in ritardo perché era in attacco, ma in area c’è una folla di maglie viola e ce ne fosse una, una sola, che va in aiuto di Gosens, che raddoppia, che chiude il sinistro a Gutierrez. Macché. Lì c’è Gosens, affari suoi. Così parte il tiro e la palla finisce sul secondo palo. Ma quello non è il senso di squadra, è il senso della non-squadra.
L’importanza del presente
Paratici ha fatto una buona impressione durante la sua presentazione per chi scrive la buona impressione è nella chiarezza con cui ha esposto i concetti, niente di fumoso, molto concreto, nell’uso moderatissimo dei termini inglesi dove tanti si riparano per nascondere idee che non hanno e nel modo calcistico di parlare dei tre giocatori che conosce da tempo, Kean, Fagioli e Rugani, sul conto del quale è stato ancora più chiaro: «E’ un giocatore sottovalutato, forse perché non porta l’orecchino, non ha i tatuaggi e non dice parolacce». E questo ce lo fa piacere come ci piaceva ai tempi dell’Empoli. Ma su un punto Paratici è stato fermo, anzi, intransigente: «Nessuno pensi che in un mese saremo fuori da questa situazione, che siano sufficienti due o tre buoni risultati per risolvere ogni problema. Solo il 24 maggio ne avremo la certezza». Ultima giornata di campionato, il 24 maggio. E’ il concetto che ancora la squadra non ha in testa. Basta vederla sul campo (e basta ricordare il secondo gol di Napoli) per rendersi conto che il passo da fare è proprio questo. Intanto però per la Fiorentina sarebbe meglio cominciare la ricostruzione di questo nuovo corso evitando di perdere il quarto scontro diretto al Franchi.
I problemi del Toro e il bisogno dei viola di raddoppiare la media punti
Dopo le sconfitte con Lecce, Verona e Cagliari, stasera arriva il Torino, che in classifica sta meglio della Fiorentina (nove punti in più...), ma che vive lo stesso giornate tumultuose con i tifosi sul piede di guerra per il vivacchiamento della gestione Cairo. Il Toro ha giocato mercoledì sera, però degli undici che hanno perso contro l’Inter in Coppa Italia ne vedremo probabilmente meno della metà a Firenze. Il vantaggio per la Fiorentina c’è, ma non così evidente. In 23 partite i viola hanno messo insieme 17 punti, media di 0,7 punti ogni 90 minuti. Nelle prossime 15 gare, questa media va raddoppiata per arrivare a quota 38 (1,4 punti a partita fanno 21 punti). Forse ne basteranno anche due o tre in meno per la salvezza, ma il salto deve essere doppio: salto in lungo e salto in alto.