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MENTAL COACH A FV, IL RITIRO AIUTERÀ I GIOCATORI. GLI EX POSITIVI ORA PIÙ FORTI

di Alessio Del Lungo

L'incubo Coronavirus non è ancora sconfitto, ma l'Italia sta, a piccoli passio, provando a ripartire e, di conseguenza, anche il mondo del calcio freme per poter tornare in campo. Per capire come certi aspetti potrebbero influenzare, positivamente o negativamente, l'aspetto psicologico dei calciatori, FirenzeViola.it ha contattato, in esclusiva, Diego Panicucci, Mental Coach ed esperto nel campo calcistico del suo lavoro.

Quanto da un punto di vista mentale la voglia di ripartire può dare benefici al calciatore?
"Stiamo parlando di professionisti, per loro indubbiamente oltre alla passione c'è altro. Il punto focale credo che sia quello che ha accompagnato i giocatori in questo periodo per tenere alta la motivazione, la spinta. Alcuni calciatori si sono ritrovati a dover svolgere attività di mantenimento in casa e ciò può aver messo qualche paletto di difficoltà per tutto quello che concerne l'efficacia del lavoro che vanno a fare. Un conto è allenarsi in campo ed essere a contatto con la squadra per preparare la partita del fine settimana, un conto è allenarsi due mesi senza sapere neanche il futuro del campionato in corso".

Come invece inciderà sul rendimento il dover vivere segregati in questi ritiri per un tempo prolungato?
"Non credo che ciò che gli viene richiesto sia così drammatico anche in considerazione del fatto che negli ultimi due mesi siamo stati tutti in casa. Probabilmente il rallentare un po' i nostri ritmi lavorativi ci ha permesso anche di condividere in famiglia certi momenti che prima non riuscivamo a coltivare. Se oggi viene chiesto ad un professionista di stare 15 giorni in ritiro per aumentare la propria sicurezza non credo sia un problema, anzi. Lo stesso atleta vuole un grado di rischio più basso possibile e tutelare la sua salute oltre a quella della sua famiglia e delle persone a lui care".

Come può un calciatore concentrarsi pur sapendo che se risulta positivo tutta la squadra viene messa in quarantena e, in caso di match già disputati, anche i club affrontati?
"Non credo che possa scivolare addosso una cosa simile. Si tratta di un aspetto che lavora nell'ombra a livello inconscio. Il mettere la salute al primo posto è prioritario anche per un professionista quindi, a maggior ragione, i 15 giorni di segregazione non possono essere un problema perché se tutti rispettano quella prassi lì difficilmente ci si dovrà rifermare un'altra volta".

Crede che un calciatore già risultato positivo e adesso guarito possa avere una ricaduta psicologica?
"Lei quando supera una difficoltà si sente più forte o più debole? Se si è superata l'asticella ci si sente più forti. Credo che saranno di più quelli che dovranno mantenere alta l'attenzione ed essere lucidi a non andare a rischiare niente perché, avendolo battuto una volta, potrebbero pensare di riuscire a farcela anche una seconda".

Un allenatore come Iachini che ancora non è sicuro della riconferma come affronterà un momento del genere?
"Ho avuto il piacere di conoscerlo una volta sola ad una conferenza in Sicilia e mi ha dato l'idea di una persona determinata che sa ciò che vuole. Non credo che la sua attenzione possa essere spostata dai suoi obiettivi dai mezzi discorsi. Nel momento in cui si parla troppo dovremmo stare tutti a tutela della squadra, non delineare scelte allo sbaraglio giusto per dare pressione che in questo momento soprattutto non serve in quanto i punti su cui concentrarsi sono altri, soprattutto a livello societario: la squadra è nelle mani di un mister che sa cosa e come fare. In questi due mesi il peso è sceso sul fondo della bottiglia e probabilmente anche Iachini fermandosi ha potuto mettere meglio a fuoco tutti i problemi".