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L'UNIONE FA (ANCORA) LA FORZA

di Tommaso Loreto

“Hey you! Don't tell me there's no hope at all. Together we stand divided we fall”. Prendiamo in prestito, da un gruppo inglese come i Pink Floyd che ha scritto la storia della musica, il finale del capolavoro Hey You che sembra fatto apposta per raccontare le ultime 48 ore che avrebbero potuto stravolgere il mondo del calcio europeo. Certo, restando sulla metafora arditamente scelta era un po’ come se le big del pallone volessero veramente alzare un muro tra loro e il resto del mondo (degli appassionati) ma c’hanno pensato proprio i tifosi inglesi ad avviare il domino delle fughe. Il progetto Superlega naufraga mentre già rimbalzavano i virgolettati sugli intendimenti dei protagonisti, e se adesso il dibattito si sposta sugli scenari futuri resta la lezione inglese da osservare, e sulla quale riflettere.

In tempi in cui persino il calcio sembra esser diventato esercizio noioso per una moltitudine di giovani che guardano ad altri tipi di spettacoli ed attrazioni (forse più dinamiche ma certamente meno romantiche anche se il commento può parere anacronistico) l’attaccamento e la fede sbandierata dai supporter d’Oltremanica sembra riaccendere un barlume di speranza in chi ancora crede nella competizione sportiva, nel senso d’appartenenza, nelle radici di un gioco che nei decenni si è sviluppato in ogni angolo del mondo diventando molto di più. E d’altronde sarebbero migliaia le immagini da mettere in copertina per testimoniarlo, che si tratti di solidarietà in campo, sugli spalti o di pura emozione dettata dal rotolare di una palla.

Così la levata di scudi britannica, oltre all’intervento governativo, ha dato la spallata definitiva al progetto Superlega (sgretolatosi alla luce dell’uscita delle sei inglesi seguite poi da tutte le altre con le italiane a chiudere la fila) diventando manifesto di come, nonostante tutto, il calcio possa ancora essere dei tifosi. Di coloro che hanno rivendicato il proprio peso all’interno di un sistema che di fatto li ignora, trascurandoli nell’architettare un torneo per soli Vip (indebitati) salvo poi ricredersi di fronte alla sollevazione popolare. Una dimostrazione di come l’unione possa ancora la forza, e sopratutto di come almeno il calcio possa ancora restare patrimonio del popolo e non svago esclusivo di una ristrettissima cerchia di multinazionali economicamente a un passo dal baratro.

Alle nostre latitudini più di una tifoseria ha preso posizione, anche là dove le società avevano deciso di prender parte alla Superlega, segno che non tutto il sentimento antico è sepolto e che, ancora, c’è chi è disposto a mettersi di traverso per non rendere il calcio ancora più banale e scontato di quanto già non sia. Forse solo un timido segnale, forse anche sospinto dall’emulazione per la chiamata arrivata dall’Inghilterra, ma pur sempre un sussulto che obbliga la stessa Lega Calcio a confrontarsi con un ritorno alla normalità tutt’altro che banale. Nel quale, per inciso, andranno ben approfondite le motivazioni che hanno portato tre club a una sorta di fuga annunciata e ritrattata, certamente aggravata da una delega di quella stessa Lega per trattare con fondi stranieri destinati a rivelarne il 10%.

Insomma, al di là delle diverse posizioni, di come deciderà di comportarsi la Serie A e di come si deciderà di riprendere il cammino soprattutto in questo paese l’augurio è che l’occasione non vada del tutto sprecata, che proprio dalla reazione dei tifosi il calcio europeo e italiano sappia darsi nuova regolamentazione e magari anche nuovi equilibri. Che garantiscano una competitività più ampia, più diffusa e in grado di rompere un’egemonia che già esiste, a prescindere dalla Superlega, visto che le eccezioni sono sempre più rare. Perchè c’è da scommettere che di fronte a un calcio più giusto ed equilibrato, com’è avvenuto per gran parte della sua storia, anche quei giovani che oggi conoscono solo Messi, Neymar o Cristiano Ronaldo, e che a 90 minuti di pallone preferirebbero Call of Duty o Fortnite, resterebbero con gli occhi sgranati saltando e urlando di fronte a ogni partita.