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ROCCO E I DUBBI SULLO STADIO: L'ESEMPIO DELLA DACIA ARENA

di Andrea Giannattasio
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Che sia a porte chiuse o meno, quello che più importa è che la partita in programma sabato pomeriggio alla Dacia Arena di Udine sarà per la dirigenza della Fiorentina l'occasione migliore per continuare il proprio tour alla scoperta degli stadi della Serie A. Un lavoro certosino al quale la nuova proprietà viola si è dedicata fin dall'inizio di questa stagione e che, nella circostanza specifica, permetterà a Joe Barone (se verrà ammesso allo stadio alla luce delle disposizioni del Ministero della Sanità) di prendere visione di uno dei migliori impianti del massimo campionato, del tutto rinnovato meno di quattro anni fa e rinato dalla ceneri del vecchio stadio Friuli. Qualcosa di molto diverso rispetto a quello che la Fiorentina potrebbe fare con l'attuale Franchi, stadio vincolato dalle belle arti praticamente ovunque e soprattutto alienabile solo in base a certe condizioni che non trovano i favori di Rocco Commisso. Ben diversa invece la questione che coinvolge la casa dell'Udinese, sulla quale a mettere le mani nel triennio 2013-2016 - in modo, ci permettiamo di dire, magistrale, per ciò che riguarda la facciata esterna - è stato anche quel Marco Casamonti che, dopo aver realizzato il progetto per il nuovo centro sportivo di Bagno a Ripoli, adesso si accinge assieme alla proprietà viola a vagliare ogni strada percorribile per permettere alla Fiorentina di avere una sua nuova abitazione, al passo coi tempi ma soprattutto in grado di generare ricavi per crescere.

LE DIFFERENZE - Iniziamo la nostra analisi dai tanti punti divergenti che regolano la Dacia Arena dall'impianto di Campo di Marte: l'assenza totale di vincoli (anche se la tribuna centrale, l'unico settore già coperto, non è stato toccato dal restyling) e il diritto di superficie per 99 anni concesso dal Comune di Udine alla società del patron Pozzo, unica entità che aveva fatto pervenire un'offerta agli uffici comunali quando nel 2012 venne pubblicato un bando di gara per la concessione e il rifacimento dello stadio. Da quel momento veniva sancito il passaggio di proprietà superficiaria del Friuli all'Udinese fino al 2112. Già nel 2010, tuttavia, l'idea di ristrutturare dalle fondamenta lo stadio di Udine era balenata nella mente della società friulana: quell'anno infatti venne firmata una prima bozza di convenzione quinquennale col Comune nella quale si prevedeva che la società versasse un canone annuo per la concessione d'uso dello stadio e in cambio l'Udinese si impegnava a mantenere il complesso in perfetto stato di conservazione e a provvedere a tutti gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, oltre alle spese di gestione. La società si era assunta anche l'onere di realizzare alcune opere di miglioramento funzionale la riattivazione del megaschermo, l'ampliamento dei magazzini e degli spogliatoi e l'adeguamento delle sedute.

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I COSTI - L'opera di riqualificazione iniziata nel 2013 prevedeva la demolizione delle due curve e dei distinti, la rimozione della pista di atletica, lo spostamento del campo al di sotto della tribuna (destinata a restare intatta nella struttura, ma con un ripensamento negli spazi) e la ricostruzione dei settori demoliti direttamente ai bordi del campo e con una copertura totale. La capienza complessiva del nuovo impianto venne fissata a 25.012 posti (ampliabile a circa 34.000 posti in occasione di eventi extra-calcistici). Il costo complessivo dell'operazione fu stimato inizialmente sui 50 milioni di euro, tutti a carico dell'Udinese, cifra poi ridotta a 30.006.241 euro, quota che è stata inserita a bilancio in quanto da ammortizzare. L'intervento fu programmato a lotti, in modo da non costringere l'Udinese a giocare altrove durante lo svolgimento delle opere.

I RICAVI - A lavori ultimati, la società friulana indicò subito nel 15% la crescita di anno in anno per ciò che riguardava le voci relative a biglietti e ad abbonamenti, così come il 15% è stato previsto per i ricavi da hospitality e delle sponsorizzazioni, non solo per quanto riguarda il nome “Dacia Arena”. Gli effetti del restyling in effetti si sono visti da subito a livello di bilancio: se infatti il vecchio Friuli costava all'Udinese un milione a bilancio (per manutenzione ordinaria e alle spese di gestione) già da tre stagioni invece l'impianto ha iniziato a generare ricavi, quantificabili in 6-7 milioni di surplus tra biglietti, hospitality, pubblicità e altre voci. Un esempio, dunque, illuminante di come un impianto già esistente, se ristrutturato in modo funzionale, possa essere utile per la crescita dei ricavi e del bilancio. Un aspetto prioritario per Rocco Commisso, che pur avendo da sempre guardato con diffidenza l'ipotesi di un restyling del Franchi adesso, con la frenata sull'area Mercafir ed i recenti dubbi pure su Campi Bisenzio, potrebbe tornare a considerare l'ipotesi di una ristrutturazione dell'impianto di Viale Fanti. Sovrintendenza e Pessina permettendo.

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